Alcuni credono che la psicoterapia, essendo una cura basata sulle “ parole ” non serve ad aiutare chi sta male psicologicamente, perché colpito da un “ fatto avverso ”, come la perdita di una persona cara. Costoro sostengono che le parole, non potendo ridare chi si è perso, non possono guarire. Al massimo, dicono, con le parole si può consolare non certo curare.

Purtroppo, a causa di questa falsa convinzione, molti si privano dell’aiuto psicologico proprio nel momento in cui ne avrebbero maggior bisogno.

Scopo di questo scritto è di restituire fiducia nella psicoterapia, dissipando il pregiudizio, molto diffuso, che vede i “ fatti ” avere la meglio sulle “ parole ”.

L’argomento sarà trattato facendo riferimento ad un fatto concreto: la perdita di una persona cara. Sarà fatto largo uso di esempi, per rendere l’esposizione più chiara e scorrevole. La semplificazione dell’argomento tuttavia non comprometterà il valore scientifico delle informazioni in esso contenute.

“ Cosa significa per la mente perdere una persona cara ”

Un familiare che, all’improvviso, ci viene a mancare; un partner con cui abbiamo condiviso gran parte della nostra vita, il quale, di colpo, decide di abbandonarci, insensibile alle nostre suppliche di rimanere con noi. Avvenimenti del genere ci fanno sentire impotenti e disperati, perciò li consideriamo “ fatti ” traumatici.

Cerchiamo adesso di capire quale impatto hanno tali eventi sulla nostra mente. Prima, però, è necessario avere un’idea sul come funziona la nostra psiche in condizione di “normalità”, quando cioè non ci capitano situazioni spiacevoli.

Immaginiamo un bambino che cresce in una comune famiglia. Questi, da un lato mantiene solidi legami con i genitori, dall’altro sviluppa dei suoi interessi personali. Gli studiosi della psiche, spiegano la “ doppia ” capacità del fanciullo, come conseguenza di una doppia specializzazione della sua mente. Una parte della psiche si dedica alla cura dei rapporti con gli altri, l’altra bada agli interessi personali. Potremmo chiamare “ Mente Relazionale ” la prima e “ Mente Individuale ” la seconda. In altre parole nella nostra testa convivono “ due menti ”.

Noi, tuttavia, nella vita di tutti i giorni non ci rendiamo conto della “ doppia-mente” perché le due parti che compongono la psiche collaborano così bene tra loro, che ci danno l’impressione di possedere una mente unitaria. Quando però, una delle due menti prende il sopravvento sull’altra, ci rendiamo conto, a nostre spese, che la mente “ unica “ è solo un’illusione.

Se, per esempio, la Mente Relazionale prevale, noi eccediamo in altruismo e ci sentiamo perfino costretti a rinunciare alla nostra stessa dignità, pur di compiacere gli altri. Gli egoisti esasperati, in cui domina la Mente Individuale, cercano invece di soddisfare ogni loro minimo desiderio, legittimo o illegittimo, incuranti del danno che arrecano agli altri. Egoismo ed altruismo estremi rappresentano una modalità “squilibrata” di funzionamento psichico. Lo “ squilibrio mentale ” dimostra la doppia natura della nostra mente e può compromettere la felicità della nostra esistenza.

Alcuni eventi di vita poi ( positivi o negativi ), possono invece metter in “ conflitto” la “ doppia-mente ”. Basta pensare alla scomodissima posizione di una mamma lavoratrice, che, a causa di una promozione nel lavoro si veda allontanata dal proprio bambino. La perdita di una persona cara ( il nostro argomento ), è un evento negativo che può avere lo stesso effetto della promozione lavorativa: mettere cioè una mente contro l’altra. Vediamo come e perché.

Quando viene a mancare un familiare la Mente Relazionale ci farà desiderare di morire con lui/lei illudendosi così di evitare la perdita. Se invece un partner, con cui abbiamo condiviso gran parte della nostra vita, decide di mollarci, la stessa Mente Relazionale ci chiederà di umiliarci davanti a lui/lei ( anche se abbiamo ragione ), pur di evitare di essere abbandonati. La Mente Individuale si opporrà energicamente a queste due soluzioni per tutelare sia la nostra vita che la nostra dignità. Come si vede uno scontro tra le “ menti ” è inevitabile.

Ora, aiutati da queste conoscenze, diremo qualcosa sul come aiutare le persone che, per disgrazia, subiscono la perdita di qualcuno a cui vogliono molto bene.

Come può la psicoterapia aiutare chi ha perso una persona cara

Immaginiamo un emigrante “ forzato ”. Qualcuno cioè costretto a lasciare il proprio paese per fame o persecuzione, pertanto impossibilitato a farvi ritorno ( le cronache attuali aiuteranno certamente la nostra fantasia ). Una persona, in queste condizioni , perde tutto: parenti, amici ecc… è costretta a ricostruirsi una vita partendo da zero.

Anche chi perde una persona cara perde il proprio “ mondo ”. Ogni perdita infatti, rompe quel delicato intreccio che rende interdipendenti le vite delle persone che si vogliono molto bene. Per questa ragione chi perde o viene abbandonato da una persone cara, è costretto/a, come l’emigrante, ricostruirsi una nuova esistenza.

Ma la Mente Relazionale rifiuta di collaborare a questo nuovo progetto di vita, perché, sentendosi colpevole per non aver evitato la perdita, vorrebbe continuare a vivere “ come se ” lui/lei fossero ancora presenti: una vita col fantasma di chi non c’è più. La Mente Individuale, per motivi diversi , rifiuta anch’essa la collaborazione. Essa preferisce un rapido ritorno ad una “ pseudo-normalità ”: una vita “ come se ” lui/lei non fossero mai esistiti. Essa evita così rimorsi e fantasmi.

In breve, la mente “ divisa ” ed il cuore “ spezzato ” dal dispiacere, ostacolano il difficile lavoro della ricostruzione di una nuova “ sana ” esistenza, dopo il terremoto della perdita. Compito della psicoterapia è quello di ristabilire l’integrità della mente e del cuore, per metterli in condizioni di poter affrontare i problemi sul tappeto.

Chi ha subito una grave perdita, tende a raccontare al terapeuta la “ storia ” del “fatto” , come un reo-confesso pronuncerebbe un’ammissione di colpa di fronte ad un giudice. Contro ogni evidenza, questi clienti, si sentono più responsabili che vittime della perdita subita. Con l’aiuto del terapeuta essi “ ri-costruiscono ” una nuova versione del “ fatto ”, spogliata dai rimorsi. Una “ nuova storia ”, che li fa sentire “innocenti”, che attenua in questo modo rimorsi e sofferenze. Prima però che la Mente Relazionale smetta del tutto di tiranneggiare questi sfortunati con i suoi rimproveri, pretende un’ultima garanzia: che ciò che è andato perduto non deve essere, almeno, dimenticato!

Per quanto riguarda l’espressione diretta del dolore in psicoterapia, c’è da dire solo che, come tutti i sentimenti e le emozioni, il dolore predilige, per manifestarsi, il “linguaggio del corpo” ( gesti, mimica, lacrime ecc.. ), piuttosto che le parole. Ogni buon terapeuta, pertanto deve conoscere bene questa particolare lingua dei sentimenti. Non solo egli la deve saper “ capire ”, ma anche e soprattutto la deve saper “parlare”; solo così potrà alleviare meglio le sofferenze dei suoi assistiti.

Considerazioni conclusive

È giunto il momento di dire una parola sulla “ parola “. Essa è lo strumento principe (anche se non esclusivo ), che consente alle persone di scambiarsi affetto, sostegno ecc…, ma anche rabbia, disprezzo ecc…( purtroppo! ). È alla base del dialogo, tramite il quale gli esseri umani prendono accordi e risolvono i loro confitti. L’intera vita sociale dipende dalla parola. Ma, c’è un’altra parola meno nota, che non ha “voce”, pertanto “ silenziosa “. È la parola “ pensata ”, che usiamo nel dialogo interno, quando cioè parliamo con noi stessi. Entrambe le “ due ” parole vengono utilizzate in psicoterapia: la parola “ sonora ” ( parlata e ascoltata ), attiva infatti la parola “ silenziosa ”. “ La doppia- parola ” della psicoterapia agisce come la pioggia che bagna il bosco, dopo che esso è stato bruciato da fuoco: l’acqua penetra nella terra e fa germogliare nuovi semi; così facendo fa rinascere il bosco dalle sue stesse ceneri.

Mi chiedo allora, come mai oggi la parola goda di così scarsa considerazione, pur essendo tanto importante. Credo che ciò dipenda dal fatto che essa viene scambiata con la “ chiacchiera ”. Quest’ultima è una “ falsa ” parola, perché è ambigua ed utilizzata per ingannare, manipolare gli altri e sfuggire così alle proprie responsabilità. La “ vera ” parola è “ doppia-mente ” importante , quando veniamo colpiti da “ fatti ” avversi: non solo perché ci porta il conforto e la solidarietà degli altri, ma anche perché, come abbiamo visto, è in grado di ripristinare l’equilibrio compromesso delle “ menti ”. “ Le buone parole ” della psicoterapia impediscono che, la perdita di qualcuno a cui siamo molto legati, per quanto dolorosa essa sia, si traduca nella perdita di noi stessi.

Dottor Tuccitto Luciano
Medico-Psicoterapeuta

Dottoressa Tuccitto Elena
Psicologa

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